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09 dic 2014

48_medIn questa intervista il Dott. Claudio Morisi spiega il ruolo del patologo nella diagnosi di osteomielite in paziente con piede diabetico e introduce l’argomento di cui parlerà più approfonditamente in occasione del Convegno AIUC del 13 dicembre che si terrà al Maria Cecilia Hospital in via Corriera 1 a Cotignola (RA) e sarà dedicato a “l’iter diagnostico-terapautico nella prevenzione e nella cura delle ulcere del piede diabetico“.

Il programma del Convegno prevede 5 sessioni tematiche in cui verranno affrontati i diversi aspetti del percorso di cura che deve affrontare il paziente con piede diabetico: dalla diagnosi, alla terapia e all’organizzazione della cura. 

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Buongiorno Dott. Morisi, può spiegarci meglio qual è il ruolo del patologo nel caso di osteomielite in paziente con piede diabetico?

Il patologo ha un ruolo molto importante per l’aspetto diagnostico: quando si parla di osteomielite cronica spesso è difficile fare una diagnosi certa con la risonanza magnetica, in questi casi diventa fondamentale un esame istopatologico. Si tratta di esaminare campioni di tessuto e osso prelevati al paziente per verificare in laboratorio se è presente o meno l’infezione dell’osso.

L’osteomielite può portare anche all’amputazione dell’arto, per questo la verifica istopatologica è fondamentale per non cadere in errore.

Lei ha parlato di osteomielite cronica. Vale la stessa cosa per l’osteomielite acuta?
No, osteomielite cronica e osteomielite acuta sono due cose molto diverse. L’osteomielite acuta è molto più semplice da diagnosticare ma allo stesso tempo molto più rara, consiste in un ascesso dell’osso acuto che si può osservare anche da una semplice lastra. E’ un’infezione che può insorgere per diversi motivi, tra cui anche in caso di frattura esposta durante un’incidente stradale.

L’osteomielite cronica invece è molto più subdola e caratterizza i pazienti con piede diabetico. In questo caso la componete infiammatoria può rimanere nascosta per molto tempo ma si può riacutizzare all’improvviso, in ogni momento, quindi va tenuta sotto controllo.

Qual è il processo per diagnosticare l’osteomielite cronica?
Innanzitutto per la diagnosi è necessario conoscere il quadro clinico, inoltre un’indicazione importante può essere data al momento della cura della ferita: se ispezionando l’ulcera con le pinze si tocca l’osso è quasi certo che si tratti di osteomielite cronica.

In questi casi va approfondita la diagnosi e non è sufficiente né una lastra né solo la risonanza magnetica perché non sempre il quadro è così chiaro da permettere una diagnosi certa con questi strumenti. Spesso l’esame istopatologico è fondamentale e non lascia spazio a dubbi.

Quali accorgimenti devono essere seguiti per il prelievo del tessuto da esaminare? 
Sono sufficienti accorgimenti molto semplici: innanzitutto il materiale non deve essere danneggiato e bruciato da procedure chirurgiche come l’elettrobisturi, inoltre il materiale appena prelevato va messo in formalina, che è il liquido per conservare i tessuti ed evitare che vadano in putrefazione. Se i campioni che vengono inviati al laboratorio istopatologico per l’analisi sono più di uno è importante specificare bene da quale parte del corpo è stato prelevato il materiale, la precisione in questi casi è fondamentale.

Ci racconti brevemente di cosa parlerà in occasione del Convegno AIUC del 13 dicembre.
Il mio intervento si svolgerà insieme alla Dott.ssa Toradi, collega radiologa del Maria Cecilia Hospital di Cotignola. Abbiamo scelto di fare l’intervento insieme perché la risonanza magnetica e l’esame istopatologico per una corretta diagnosi di osteomielite cronica vanno di pari passo.

Si tratterà di un confronto morfologico tra professionisti e mostreremo la correlazione tra immagini in risonanza magnetica e quelle istopatologiche per vedere la corrispondenza.

Abbiamo esaminato insieme un’ampia casistica di pazienti la cui situazione era dubbia alla risonanza magnetica ma a cui è stata confermata la diagnosi di osteomielite dopo l’esame patologico. Quello di cui ci siamo accorti è queste persone in realtà presentavano tratti comuni importanti anche nelle immagini in risonanza magnetica nonostante apparentemente sembrassero dubbie. Questi fattori accompagnati dal quadro clinico e altri possono essere segnali d’allarme.

Un lavoro molto importante che può permettere di evitare complicazioni in molti casi.
Sì, anche in letteratura internazionale fino ad oggi non sono stati fatti studi di questo tipo. La diagnosi corretta molto spesso dipende dall’esperienza di chi la fa perché le casistiche possono essere talmente tante che non è possibile stabilire parametri che valgano per tutte le situazioni.

Pensi che negli Stati Uniti  è stato condotto uno studio in cui sono stati presentati a dieci patologi dieci casi di pazienti e ne sono venute fuori dieci diagnosi diverse per ciascuno.

Questo le da la misura di quanto conti l’esperienza sul campo e le posso assicurare di essere uno dei patologi che ha visto più casi al mondo, per questo ho motivo di pensare che le conclusioni che abbiamo tratto siano assolutamente valide.

—–

Ringraziamo il Dott. Morisi per la disponbilità e se siete interessati ad approfondire l’argomento vi aspettiamo al Convegno del 13 dicembre presso il Maria Cecilia Hospital in via Corriera, 1 a Cotignola (RA)

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